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      Messosi all'opera in pochi momenti ebbe sfasciato il braccio all'Alemanno, e si vide la ferita sopra il gomito, che pareva una zannata di tigre. Il signor Fedele nascose il viso tra le mani, per non dar degli occhi in quella piaga; e al colore delle carni e al sito che cominciavano a mandare, il frate rimase sgomento. L'Alemanno guardava tranquillo; e i figli del cascinaio, che correvano dalla camera alla sala per quel che bisognava; dicevano alle fanciulle intente a far filacciche, lo spettacolo compassionevole della ferita. Esse tenendo a fatica i singhiozzi, chiedevano alla zia, qual santo si suolesse pregare, in simili casi.
      «San Lazzaro, San Bastiano, tutti i Santi! ma lasciatemi in pace!» rispondeva la cieca: e le fanciulle, massime Bianca, tacevano intimorite. Essa cominciava a raccapezzarcisi, in quella faccenda: e mentre era donna da aver compassione d'un moscerino, per quello straniero tribolato non provava punto pietà.
      Mezz'ora di poi, il barone medicato, lasciato solo a riposare nella quieta oscurità di quella camera, pensava alla sua casa, al mestiere travaglioso dell'armi; e facendo proposito di smetterlo a guerra finita, si poneva a piene vele nei lunghi anni di amore e di pace, che avrebbe vissuti con Bianca.
      Porgeva orecchio al bisbiglio che veniva dalla sala, e si studiava di scernere la voce di lei. Là il signor Fedele, lieto come un bambino alla mammella, fantasticava sopra l'Impero d'Alemagna, che quasi gli pareva d'averlo in casa: il padre Anacleto si pavoneggiava, guardato da Bianca reverente e pensosa: Margherita vicina alla zia pigliava da lei la malinconia taciturna: e di fuori s'udiva il cascinaio, il quale ammaestrato dal servitore, governava il cavallo del barone; con un occhio alla bestia, e l'altro allo scudiscio, che il vecchio teneva in mano.


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Le rive della Bormida nel 1794
di Giuseppe Cesare Abba
1875 pagine 480

   





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