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      Bell'e in mezzo al cortile v'era una cupoletta leggiadra, assiepata da gelsomini rigogliosi; ma i fiori d'alcune aiuole ben disposte qua e là negli angoli, perchè il sole vi poteva poco, erano pallidi come visi di monachelle, che se anco belline hanno sempre sulle guance i segni dell'aria morta del chiostro. Di là dall'atrio si pigliavano le scale, che mettevano ad un ampio ambulacro, e più oltre ad un uscio, i cui stipiti e l'architrave erano stati condotti con gran maestria in marmo persichino, cavato dalle montagne di quelle parti. E l'uscio poneva in una di quelle sale vaste, le quali, ad entrarvi da soli, danno un po' di sgomento; e l'uomo vi si trova piccino e così leggero di panni, che per istarvi bene avrebbe proprio mestieri d'essere vestito di ferro. L'altezza della volta era molta sfogata, e aveva nel mezzo uno stemma recante aquila bicipite, carro e cimiero, ad alto rilievo; e quando la sala era illuminata scarsamente, e il venticello delle finestre faceva ondeggiare le fiamme, alla luce ricevuta di sotto in su, quell'aquila dai rostri e dagli artigli dorati, pareva muoversi come cosa viva e pronta a spiccare il volo. Di là da questa v'erano due altre sale, ed oltre e sopra per lunghi giri, stanze e corridoi d'ogni conformità; di chè il volgo accostumato a vivere ammucchiato nelle sue catapecchie, aveva mille ubbìe su quell'edificio così vasto, e lo guardava quasi con paura. Le femminette compativano i poveri soldati, costretti ad abitare in quel luogo malurioso; e quando fu accesa la guerra in su quel di Nizza, e le milizie lo lasciarono vuoto; parve a quelle semplicione, che l'andare ai patimenti dei campi, e forse a morire per man dei Francesi feroci, fosse meno peggio dello stare là dentro, a farsi guardare nei sonni dagli occhi ardenti dei fantasmi, uscenti la notte dai trabocchetti.


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Le rive della Bormida nel 1794
di Giuseppe Cesare Abba
1875 pagine 480

   





Nizza Francesi