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      Tirò innanzi senza chiedere al mulattiere chi fosse quella donna; ma si compiacque nell'immaginarla figlia o sposa di qualche vecchio cannoniere della Repubblica, messo là a riposare e a custodire la torre. Mesta la era, egli la stimò anche infelice; e cominciò a fantasticare sulle sventure di quella sconosciuta. Senonchè le fantasticherie si mutarono in maraviglia, quando si vide innanzi il gruppo di colli anfrattuosi soggiogati dalla torre. Su quei colli splendeva la virtù della forte razza ligure, che assale le rocce, le spètra, le costringe a diventare feconde ed amene. Giuliano ammirò i vigneti, prosperosi e fitti sulle macìe, murate con interminabili fatiche a reggere la poca terra, donde quei montanari cavano il pane. La vendemmia essendo vicina, pei lunghi filari, sovraposti gli uni agli altri nei ripidi fianchi dei colli; si vedevano i rossi berretti dei vignaioli, e i corpetti bianchi delle loro donne, intente com'essi a legar alti i tralciati, affinchè i grappoli cogliessero meglio i raggi del sole. E lavorando cantavano, con mirabili accordi, lo loro vecchie canzoni; dalle quali spirava qualcosa che somigliava alla tristezza magnanima che ci viene dal canto della servitù di Babilonia; e quella mestizia di toni che non pareva da gente così gagliarda, si mescolò nei sentimenti di Giuliano, a farlo tornare col pensiero alla donna veduta poco prima e compianta.
      Se fosse stato un giovane dei nostri tempi, egli avrebbe pregato tra sè, che venissero i popoli d'ogni parte d'Italia a visitare quei colli, e a impararvi come si muoia meritamente d'inopia e di viltà, sui pingui campi lasciati mutarsi in paludi; mentre che le rocce dell'Apennino paiono per man dell'uomo, la terra promessa.


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Le rive della Bormida nel 1794
di Giuseppe Cesare Abba
1875 pagine 480

   





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