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      Diceva raccontando che colui aveva saputo essere uomo pio e insieme buontempone; e che era arrivato cogli anni vicino agli ottanta, senza un dolor di capo. Ma, quasi agli ultimi mesi di sua vita, gli si era innestato il capriccio di non volere certe grinze in sulla faccia, che sapeva lui di che danno gli fossero, e quanto avrebbe dato per potersele levare. E si lagnava di questo(15) guaio in guisa cosė noiosa; che alfine un suo servitore si mise in capo di uccellarlo e beccarsi i quattrini. Un giorno, mentre che il messere era nel buono del lamentarsi, gli disse in gran segreto, che egli sapeva d'un certo unto, che gli poteva rifare le guance fresche come a vent'anni; ma che per averlo occorreva sciogliere i legacci alla borsa. Pigliati la borsa intera! rispose il messere, fuori di sč dalla gioia; e dato al servitore quello che gli parve, n'ebbe l'unto. La sera del sabbato se ne fece spalmare la faccia per bene, proprio da lui, prima di coricarsi. Il ribaldo lo lasciō colla buona notte, e col divieto di specchiarsi per quattro giorni, pena di perdere il frutto del filtro: e il messere dormė sognando il bel viso che avrebbe avuto l'indomani, giorno appunto di festa. Uscito di buon mattino, fu grato in cuor suo al servitore, che aveva preso cura di portar via gli specchi; e subito andō in chiesa, a farsi ammirare dal contadiname raccolto alla messa. Gongolava vedendosi guardato con meraviglia, e pensava che quasi non lo ravvisassero dal tanto che era mutato: ma il cappellano quando si volse la prima volta a dire il dominus vobiscum, e vide il feudatario nero in faccia come la pece; diede in una risata cosė pronta e sonora, che uomini e donne stati fino a quel punto colle labbra tra denti, dalla tema di ridere e buscarsi dal padrone chi sa che pena, fecero coro al sacerdote; e, salvo il rispetto dovuto al luogo, fu una vera scenata.


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Le rive della Bormida nel 1794
di Giuseppe Cesare Abba
1875 pagine 480