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      Già tutta l'allegrezza di mezz'ora prima, si mutava nello struggimento degli altri giorni.
      Marta, pur non osando dir nulla, vedendo in faccia alla padrona i segni dell'animo scompigliato, stava tutta occhi, temendo che le pigliasse male. E per questo non badava a un rumore come di tuono lontano, che veniva non si poteva dir bene da qual parte; e quasi non udiva certe esclamazioni, in cui usciva Anselmo, come parlasse a sè stesso.
      «O che adesso siamo al temporale? - diceva egli - eppure non veggo una nuvola larga come un luigi d'oro, chi la volesse pagare!» E alzava gli occhi a guardare il cielo, terso da un capo all'altro come uno specchio. Ma quel rumore, quel mugolìo, cresceva cresceva; il pover'uomo stupiva sempre più; e ad ogni svolta donde si potesse scoprire più lontano, avrebbe giurato di vedere spuntare all'orizzonte le nuvole malvagie piene di tempesta.
      Mentre egli pensava all'uve, alla grandine e al ricolto pericolante; la signora toccando Marta leggermente col gomito, le additò di là del torrente una viuzza aspra, che menava ad un casale, accovacciato in fondo a una valletta squallida e brulla. Marta guardò, e vide una compagnia di contadini, i quali facevano corteo ad un feretro coperto d'un lenzuolo bianco, e portato da quattro disciplinanti.
      «Là c'è un morto; disse segnandosi Anselmo, che forse udendo qualche verso delle litanie dette dietro quel feretro, aveva posti gli occhi addosso alla comitiva: «il Signore abbracci l'anima sua.» E si mise a bisbigliare qualche preghiera.


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Le rive della Bormida nel 1794
di Giuseppe Cesare Abba
1875 pagine 480

   





Anselmo Marta Anselmo Marta