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      I cavalli assentivano ai moti dei due capitani, come avessero intelletto d'odio quanto essi; e inveleniti lavoravano di morsi, e nitrivano selvaggiamente, quasi a spaurire i vicini che facessero largo ai due prodi. Già le lame intaccate avevano mandato schegge e faville; e molte lance spezzate cadevano di mano agli ulani; già tra le due parti si scambiavano parole ingiuriose di resa, e molti erano caduti. Ma se fosse bisognato una parola o una goccia di sangue dell'uno o dell'altro di quei due, a cessare la zuffa; pareva che avrebbero potuto sterminarsi a loro agio tutti, tanta era la loro maestria nel pararsi e lo sdegno del darsi vinti. Senonchè in quel volteggiare l'Alemanno si trovò un istante colla fronte volta al borgo, e un'occhiata al castello non potè non darla, forse a cercare se la sua sposa sventolasse di lassù qualche segno di saluto o di plauso. Fu come se egli avesse detto: «guai a me!» perchè appunto un fendente del Francese gli ruppe il berrettone, gli spaccò il cranio, gli empiè gli occhi di sangue. Egli aperse le braccia, diede del petto sul collo del cavallo, il quale alla corsa in cui ruppe, parve lo volesse portare in salvo; ma non ebbe fatti due lanci che il misero stramazzò di sella, piombando morto.... E gli passò sul petto la furia dei suoi, fuggenti ai ripari del borgo; e l'onda dei Francesi fatti sì arditi ad inseguirli, che la terra pareva già presa. Ma trentasei cannoni, cominciarono a trarre da quella contro di loro, e a farne tale strazio(26) che furono costretti a tirarsi in parte, dove quelle artiglierie non gli potessero arrivare.


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Le rive della Bormida nel 1794
di Giuseppe Cesare Abba
1875 pagine 480

   





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