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      Raccolsero sulle navi gli arnesi e le tende di maggior prezzo; poser fuoco agli alloggiamenti; e l'armata fe' prora a settentrione. Lasciati da cinquecento cavalli e duemila fanti nelle occupate fortezze, il re d'Aragona, pria di partirsi di Sicilia, sostava a Milazzo, ridomandando a Federigo le sedici galee co' prigioni; e promettea che mai più non tornerebbe a' suoi danni. E forse, quant'era stato bene una volta non ascoltar Giacomo, tant'era in questo incontro assentirgli; e Vinciguerra Palizzi sostenealo caldamente nel consiglio del re, mostrando che a sì grande utilità potea ben sagrificarsi un po' di vendetta. Corrado Lancia, per lo contrario, stigava Federigo ch'usasse la fortuna; che rispinto ogni accordo, di presente uscisse con l'armata a combattere i Catalani fuggenti: e il re, che non sapea reggersi fuorchè ad altrui consiglio, seguì per abitudine quel di Corrado. Data dunque tal risposta ai legati d'Aragona, Federigo, per novella ira di qualche parola di Ruggier Loria riportatagli in mal punto, affretta il supplizio di Giovan Loria e di Giacomo Rocca, condannati nel capo dalla gran corte, a ragione, per ch'eran rei di tradimento; ma costò poi molte lagrime alla Sicilia. Intanto infellonito contro il fratello, messa in punto tutta la flotta in pochi dì, montovvi Federigo, cercando battaglia. Gliela tolsero un vento fortunale che si levò, e la prudenza di re Giacomo, il quale amò meglio affrontar la tempesta, che il fratello in quell'ira; non sappiam se mosso da carità del sangue, o da coscienza delle proprie sue forze.


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La guerra del Vespro sicialiano
o Un periodo delle istorie sicialiane
di Michele Amari
1843 pagine 912

   





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