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      Credo, dopo tutto, d’essermela ben meritata.
      Ma non era ancora finito.
      Per segreta rivelazione venne il tribunale in cognizione che l’organizzatore del delitto e quello che aveva raccolto il maggior frutto, era stato un tal Bernardino Bernardi, perché i delinquenti non avevano avuto il tempo di spartirsi tutto il bottino, deposto in una sua casa fuori la porta San Sebastiano.
      Non appena informata di ciò, l’autorità fece arrestare il Bernardino Bernardi e perquisire la sua casa, ove si trovò la maggior parte dei valori rubati a Don Giovanni Lupini. Si istruì procedimento anche contro di lui, il quale di fronte alle prove irrefutabili che lo accusavano si rese confesso, e lo si condannò alla forca ed allo squartamento, ch’io operai due mesi più tardi, esponendo la testa spiccata dal busto e le braccia alla porta San Sebastiano. Ma l’interesse era già esaurito dall’antecedente esecuzione e questa passò quasi inosservata.
      III.
      Un bargello e due guardie assassini.
      L’anno 1801 fu per me fecondo di lavoro fin dal suo esordire, giacché incominciai coll’impiccarne e squartarne tre il 19 gennaio ed otto giorni dopo dovetti ripetere l’operazione medesima sopra quattro delinquenti. Procediamo per ordine.
      Da parecchio tempo le aggressioni di pubbliche corriere e di vetture private sulle strade conducenti a Roma, s’erano fatte frequentissime e sempre più ardite. Ma per quante indagini si facessero non si riusciva mai a scoprirne gli autori né ad averne le traccie.
      Si supponeva l’esistenza di una banda di masnadieri, la quale si riunisse per compiere i misfatti, quindi si sciogliesse tornando i suoi componenti agli usati lavori dei campi o ad altre funzioni.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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