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      Perilli continuò:
      - Mi ritirerò in campagna, in un piccolo eremo, che mi servì già d’asilo, in una valletta amena e silenziosa, come quella ove sorgeva la Casa del Sonno, cantata da Messer Ludovico.
      - Mi darete contezza di voi?
      - Non mancherò, Monsignore.
      - Ne avrete congrua ricompensa.
      - Grazie.
      Con profondo inchino il bandito si accomiatò dal Fiscale e recossi dal Maestro di casa a riscuotere la taglia.
      XI.
      La capanna dell’Eremita.
      Erano trascorsi pochi anni.
      Perilli aveva scrupolosamente seguito il suo programma, per quanto concerne la metamorfosi. Mutato in frate francescano, s’era stabilito in una capanna, nel fondo di una piccola valle, addossata al versante di un colle, che aveva acquistata, con poche rubbie di terreno intorno, da un pastore.
      Meschinissimo era l’aspetto esteriore: curioso l’interno diviso in due scompartimenti. Il primo era una specie di laboratorio, con un fornello, il cui fumo usciva da un comignolo eretto sul tetto; e sul fornello, storte, lambicchi, fiale e fiaschi d’ogni genere. Nel secondo c’era un piccolo desco di legno, rozzamente lavorato e sovr’esso un boccale di terra per l’acqua; un sedile a tre piedi, sul quale posava un teschio umano e una lampada di bronzo a tre lucignoli; distesa per terra una stuoia di corteccie intrecciate, serviva per letto e un Cristo appeso alla parete, indicava il capo.
      In fondo uno sportello chiudeva una specie d’armadio, scavato nel muro, ingombro di involti, nei quali erano le raccolte d’erbe medicinali, che l’eremita soleva fare, per distribuirle ai contadini che gliele venivano a chiedere.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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