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      Badi a non fallire: se no la povera bestia si spaventa, gli vien la febbre e la carne perde il sapore.
      - Non dubitate.
      L’ostessa passò in cucina e aprì la stia: due giovani polli scapparono fuori e s’avviarono alla camera vicina. S’intesero subito due colpi e Marianna accorsa, li trovò entrambi stesi al suolo col capo fracassato.
      Il viaggiatore stava ancora colle due pistole in mano, che si era tolto dalla cinta.
      - Come! Li avete ammazzati colle pistole? domandò la donna, sbarrando gli occhi esterefatti.
      - Credo bene.
      In quel mentre rientrava Menicuccio con un canestrello piatto, coperto di fronde.
      - Ecco il pesce: è ancora vivo, disse sorridendo e guardando il viaggiatore. E col pesce vi porto un amico.
      Seguiva infatti l’oste un uomo sulla cinquantina, basso tarchiato, panciuto, col naso rotondo, gli occhietti piccoli, vivi e mobilissimi, la bocca larga, con piccole basette brizzolate, come le ciocche dei capelli inanellati, che gli coprivano le tempie, uscendo di sotto il cappello di feltro nero, duro, a larga tesa, che completava il suo vestito da agente campagnuolo.
      Egli mosse difilato al forestiere e gli sporse la mano, dicendogli: - Sapevo che eri già venuto.
      - Te ne avvertì l’Oste? Scommetto che fra un’ora ne saranno informati tutti coloro che si trovano nel perimetro di dieci miglia. Ha la lingua lunga quell’oste.
      - Non temere, Paolo.
      - Ho forse avuto paura mai, io?
      - Non inquietarti, insomma. Sei più sicuro qui che sull’altare di S. Pietro in Roma. Di Menicuccio rispondo io.
      - Mangiamo, allora.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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