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      Afferrò un marraccio e ripiombò nella camera da letto.
      La Checca si teneva tuttora abbracciato il compare; né lei, né lui s’accorsero della venuta del marito. Questi si slanciò sull’amico traditore della sua fede, dell’onor suo e gli inferse per ben quattro volte il marraccio nelle reni, quindi fuggì a precipizio nella via, col coltello grondante di sangue caldo e fumante.
      Il compare, trapassato a parte a parte fin dal primo colpo, non aveva profferito un accento; abbandonato dalle braccia della Checca, che lo avvincevano, cadde bocconi al suolo, sul quale si formò subito un’enorme pozza di sangue. La Checca mandò un acuto grido di suprema, disperata angoscia e svenne.
      A questo grido accorsero gli invitati in massa e tosto fu chiarita la causa della tremenda scena.
      - Potevasi prevedere, diceva una donna, Checca è sempre stata imprudente.
      - Era cosa che si sapeva da tutti - mormorava un’altra, Bernardino ero forse il solo che la ignorasse.
      Intanto i birri avevano arrestato il Salvati e portatolo innanzi al bargello, confessò tutto e diede le più ampie spiegazioni intorno al fatto.
      Istituito il processo, Bernardino Salvati ripeté innanzi ai giudici le sue confessioni, non cercando minimamente di attenuare la propria responsabilità. Era in preda alla più completa apatia. Si vedeva in lui un uomo che non si curava più della vita; peggio, gli riusciva di peso e avrebbe voluto sbarazzarsene al più presto possibile.
      Condannato alla forca, come dissi, fece le sue devozioni senza riluttanza e senza entusiasmo.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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