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      L’amministratore tentò di salvare gli zecchini, offrendo tutto quello che aveva indosso. Ma gli aggressori erano troppo ben informati; e siccome, dopo tutto, non era roba loro, si lasciarono depredare senza troppa mala grazia.
      Così il generoso masnadiero ricuperò i suoi tremila zecchini e all’indomani mandò a Paolone la ricevuta di saldo.
      Ma ad onta delle sue buone opere Giuseppe Pistillo doveva finir male la sua carriera. Incalzato dalla forza pubblica si nascose con tre amici in una fattoria. Assaliti, resistettero e due caddero morti; Pistillo e Giuseppe Agnone furono dopo accanita lotta arrestati, condotti a Terracina, processati, condannati e giustiziati, come avvertii, il 13 agosto. Non vollero saperne di religiosi conforti e morirono come due stoici antichi, destando l’ammirazione della folla immensa che si accalcava sulla piazza per assistere al supplizio, convenutavi da tutti i paesi circonvicini, chiamata dalla grande notorietà del Pistillo.
      XXV.
      L’assassinio del cognato.
      Tommaso Grassi, sensale di bestiame, aveva per cognato un macellaro di Trastevere assai facoltoso. Aveva costui sposato sua sorella, una delle più leggiadre minenti di quel rione, per amore, benché non avesse il becco d’un quattrino e la trattava come una principessa. Ma questo invece di far piacere al cognato, lo irritava perché era di animo perverso ed invido. Avrebbe forse voluto che il macellaro se lo pigliasse con sé, lo mettesse a parte dei suoi affari e ne dividesse gli utili. Ma così non l’intendeva l’altro.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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