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      Mangiavano insieme, uscivano insieme, si divertivano insieme. Era insomma un vero matrimonio a tre, nell’intimità delle domestiche pareti, una relazione sulla quale non c’era nulla da dire nelle esteriorità.
      Certamente non saranno mancate le male lingue, che, specialmente ricordando il passato di Margherita, avranno fatto delle supposizioni maligne. Ma chi si curava di loro?
      Coll’appoggio del compare, così Beppe e Margherita solevano chiamare il macellaro, gli affari del Brunelli prosperavano. Da semplice sensale era salito al grado di mercante di bestiame. Aveva una stalla propria, e si assentava spesso per far degli acquisti nei paesi vicini, trattenendosi fuori anche più giorni. E così coi quattrini cresceva la sua rispettabilità. D’altra parte il contegno del Paoletti non poteva essere più riguardoso. Mai una parola, un atto, uno sguardo gli sfuggiva che potesse eccitare la suscettività del marito posticcio.
      Il benessere, l’agiatezza, appesantivano però di molto il Brunelli e gli toglievano quegli ardori, che gli avevano procacciato l’amore di Margherita, la quale se ne risentiva e incominciava a concepire una certa repulsione per il suo Beppe. Sulle prime la manifestò, ma le accoglienze che ebbero le sue manifestazioni da parte d’ambo quegli uomini ai quali prodigava se stessa, la persuasero che quella non era una buona strada per lei. Cosa fatta capo ha, diceva Mosca Lamberti, e diceva bene. Non fu difficile a Margherita capacitarsene.
      E pensò a procacciarsi d’altra parte quelle ebbrezze che non trovava più fra le braccia di Brunelli, e non aveva mai trovato in quelle del Paoletti.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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