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      La febbre che lo aveva per un istante assalito, scomparve. Egli lesse, allora soltanto, chiaro nella mente del macellaro, le intenzioni di lui. Voleva ucciso l’amante, che turbava la sua domestica intimità, ma salvata la donna, agli amplessi della quale non sapeva, non voleva rinunziare. Per lui, Beppe, la vendetta non era completa. Gli bastava per quanto concerneva gli interessi, ma non appagava la sua gelosia, non lavava abbastanza l’affronto subito. Margherita gli aveva giurato che ogni suo affetto sarebbe riposto in lui. Poteva dare il suo corpo ad altri, senza cessare d’essere esclusivamente sua. Invece lo aveva soppiantato un altro. Egli non era più che un secondo compare, che divideva a perfetta metà col primo i godimenti mercenari di quella donna.
      Uccidere l’amante le avrebbe cagionato dolore. Ma un dolore troppo tenue a confronto del suo. E poi se ne sarebbe consolata con un altro. Doveva tornar da capo? Anche se gli venisse fatto d’ammazzare impunemente tutti i drudi che Margherita si sarebbe dato, un dopo l’altro, non si sarebbe soddisfatto, perché in quel momento, risorgeva impetuosa e prepotente la passione che gli aveva ispirato. Ad onta di questa battaglia che si combatteva nell’animo suo, Beppe si mantenne esternamente impassibile. La sua decisione era presa: avrebbe ucciso l’amante ed eseguito poi contro la donna una vendetta lenta, lunga, inesorabile, inestinguibile, come il suo dolore.
      Paoletti attribuiva il breve silenzio del Brunelli, ai calcoli che andasse facendo per compiere la decisa uccisione dell’amante di Margherita, e volle tosto informarlo dei particolari ulteriori della sua scoperta, affinché gli servissero di norma.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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