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      Ma per quanta vigilanza esercitasse, non era mai riuscito a cogliere i ladri.
      - Se mi vien fatto di pigliarli, ripeteva ad ogni tratto, giuro d’impiccarli colle mie mani.
      Nel podere aveva un frutteto, coltivato con grande cura, ed amava i superbi alberi ai quali dedicava di giorno le sue fatiche, di notte i suoi pensieri. Fra questi alberi primeggiava un magnifico pero, carico di frutti, che il sole autunnale andava indorando e che formava la sua delizia e il suo orgoglio. Aveva calcolato, che raccogliendo i frutti ben maturi ne avrebbe ricavata una somma per lui non indifferente e il buon tempo lo faceva indugiare all’opera.
      Un bel mattino levatosi più presto del consueto e recatosi ad esaminare il suo piccolo tesoro, lo trovò completamente spogliato. I ladri non avevano lasciate sulla pianta che le poche pere danneggiate ed immature.
      La sua rabbia salì all’altezza del furor bianco. Non disse verbo tutto il giorno. Non chiese notizie a nessuno. L’ira gli dava una specie di chiaroveggenza. Gli era entrata nell’animo la persuasione che avrebbe colto i ladri e che avrebbe potuto finalmente vendicarsi di tutti i furti patiti.
      Calata la sera, finse d’andarsene a letto e ci si buttò infatti, ma vestito. E quando il silenzio profondo che regnava nella casa lo avvertì che tutti erano andati a dormire, scese pian piano nell’orto e andò a rimpiattarsi in un vivaio d’alberi nani. Aspettò lunghe ore, senza fare un movimento. Aspettò colla certezza nel cuore che i ladri sarebbero venuti e con essi il momento di sfogare il livore che aveva nell’animo.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421