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      Ma il suo spirito era troppo conturbato e cadeva di errore in errore.
      - Non puoi restar qui, - le disse - fra breve tutti se ne accorgerebbero, e diventeresti la favola del quartiere.
      - Mio fratello mi ucciderebbe - mormorò la fanciulla.
      - Come uscirne?
      - Sposami! - esclamò Virginia, trovando ad un tratto tutta la sua energia di trasteverina, con una di quelle insurrezioni dell’animo che sono proprie dei grandi caratteri.
      - Sposarti, sta bene - rispose con poca franchezza il giovane, al quale aveva fatto grande impressione lo sguardo con cui l’aveva fulminato la fanciulla mentre emetteva quel grido: sposami! - Sposarti, certamente, lo farò, ma non adesso, non lì per lì.
      - Vorresti dunque espormi alla vergogna certa ed alla morte probabile?
      - No no. Manco per sogno.
      - Come si fa dunque?
      - Senti, io ho una villetta presso Albano.
      - Tu possiedi una villetta? - esclamò più che mai turbata, Virginia, da quella rivelazione. - Dunque tu non sei un operaio, come mio fratello, come me? Dunque mi hai ingannata? Dunque mi hai sedotta per puro passatempo. Dunque hai fatto di me una donna perduta? Dunque non mi ami, non mi hai amata mai!
      Riscaldandosi man mano che pronunziava queste parole, Virginia era diventata una fiera. Con quella meravigliosa intuizione che è tutta propria delle donne quando si trovano subitamente tratte in un grave pericolo, ella aveva perfettamente compresa la situazione. Per lei non c’era più salvezza possibile e non c’era più amore. Ma restava la vendetta, e questa voleva assaporarla.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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