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      - Brigadiere, perdonatemi, ma tale non è il mio avviso, permettetemi che vi manifesti una mia idea.
      - Parla.
      - Ecco qui: non è supponibile che i briganti siano venuti a mangiare nel bosco, all’aria aperta, né che abbiano seminate le ossa passando: esse devono essere state gettate fuori da qualche nascondiglio, una grotta, una caverna, uno speco, un luogo qualunque insomma, nel quale sogliono ricoverarsi. Bisogna cercarlo: esso deve essere non molto discosto di qui... Zitti!
      - Che c’è?
      - Mi pareva di aver udito come un vagito.
      - Sarà uno strido di qualche uccello di rapina.
      - Forse è così. Dicevamo dunque che bisogna cercare il covo.
      - Cerchiamolo.
      Gli uomini della pattuglia assecondati dall’accorta guida, si diedero a frugare la macchia nei pressi, esaminando ogni crepaccio, rimuovendo fronde morte, pruni e liane, tastando ad ogni tratto il suolo col calcio del fucile, per sentire se c’era del vuoto sotto.
      XL.
      Cuor d’amante e cuor di madre.
      Intanto in una grotta sotterranea accadeva una scena terribile.
      Vincenzo Bellini, vi si trovava dentro solo colla sua ganza, una formosissima velletrana, dagli occhi incandescenti, dalle forme piene e tondeggianti, la quale porgeva il seno ad un poppante.
      I compagni erano usciti fin dal giorno innanzi e non dovevano essere di ritorno che a notte inoltrata.
      La bocca della grotta era chiusa e dissimulata da un’enorme pietra coperta di vellutello, sulla quale i malandrini ammucchiavano sterpi e foglie morte. Ma per un fenomeno acustico del quale non sarebbe agevole dare la spiegazione, all’interno del cavo si udiva perfettamente ciò che si diceva e faceva al di fuori e perfino il rumore dei passi.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





Bellini