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      Me ne vado a casa da mia moglie.
      - Ah! sì. Sei ammogliato. Me n’era scordata.
      Così dicendo la signora fece un motto come di dispetto; poi soggiunse:
      - Che mania è quella di ammogliarsi così giovani e di crearsi degli impicci.
      - La famiglia - biascicò il cocchiere per dir qualche cosa e la contessa di rimando:
      - La famiglia! La famiglia! se ne ha una quando si nasce, e si è sempre a tempo a formarsene un’altra prima di morire.
      Scherzando coi fiocchi del cordone che le cingeva alla vita la vestaglia, ne aveva sciolto il nodo, e questa si apriva sempre più allo sparato, lasciando intravedere tesori, che incominciavano a ferire la fantasia facilmente accensibile del giovane cocchiere.
      XLIII.
      Amori sfrenati - Inclinazione al delitto.
      - Da quanto tempo hai preso moglie? - riprese a domandare la contessa, col piglio indifferente di chi interroga più per distrarsi ed ammazzare il tempo che per curiosità.
      - Da due anni.
      - E non l’hai ancora tradita?
      - Eh! qualche volta.
      La vestaglia della contessa non più trattenuta dal cordone s’era aperta fino ai piedi. Ella ne raccolse i lembi per incrociarla sul petto; ma lo fece così lentamente che tutta la sua persona divinamente modellata e rosea, sotto le trasparenze della camicia e per riverbero della fodera di raso rosso, apparve riflessa dalla specchiera agli occhi avidi del cocchiere. Questa volta fu il di lui sguardo fiammeggiante che si incontrò col suo. Il momento psicologico si avvicinava.
      - Hai dunque un amante? - chiese la signora poggiando la testa alla spalliera della poltrona, in un atteggiamento di completo abbandono.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421