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      La contessa pensò quindi di mutar sistema e d’indurlo all’esecuzione del misfatto, negandogli i suoi favori finché non l’avesse compiuto, poiché il prodigarglieli non aveva valso.
      E così fece.
      In capo ad una settimana Saverio era in preda al delirio erotico. La contessa lo provocava ad ogni istante e ostinatamente gli si rifiutava; ora con un pretesto ora con un altro, e finalmente una notte giunse a dirgli:
      - Tu non mi piaci più. Tu mi annoi.
      Saverio si levò dal letto, ove si trovava colla contessa, si vestì ed uscì, senza ch’ella gli rivolgesse una sola parola.
      Andò a casa e penetrò senza farsi udire nella camera nuziale. La Giacinta dormiva; ma pareva in preda ad un incubo; aveva la respirazione affannosa; tutte le membra convulse; le labbra agitate da un tremito; la fronte madida di sudore.
      Saverio vide tutto ciò al fioco lume della lampada notturna, posata sul tavolino accanto al letto, e si sentì invadere da un senso di pietà.
      La persona di Giacinta, nell’avvoltolarsi ch’ella aveva fatto fra le coltri, era rimasta tutta scoperta e le sue bellissime forme si offrivano allo sguardo del marito, caste pur nelle loro nudità. E al sentimento di pietà che lo aveva invaso, incominciavano ad aggiungersi le memorie dell’antico amore, che quella donna gli aveva ispirato e per il quale l’aveva fatta sua moglie.
      Egli aveva nella mano destra il coltello affilatissimo che s’era procurato per perpetrare il delitto; ma, mentre cercava il punto dove doveva ferire, il suo sguardo divagava fra le dolcezze del petto squisitamente modellato e il candore del ventre, non ampio, lievemente tondeggiante e ombreggiato.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





Saverio Giacinta Giacinta