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      Di tratto, in tratto si fermava un secondo, volgeva il capo a tergo e riprendeva la sua corsa più rapida, più forsennata di prima.
      Credeva di vedere l’assassinata che lo inseguisse. Arrivato fuori di città si buttò ai campi, correndo, correndo sempre. E così continuò finché cadde spossato, affranto, svenuto. A giorno fatto alcuni contadini lo scossero e si chinarono per raccoglierlo, ma vedendolo intriso di sangue, lo supposero vittima d’un delitto e si recarono in città per darne avviso. Mezz’ora dopo i birri lo sollevavano, e spruzzandogli il volto d’acqua lo richiamarono ai sensi.
      Non appena si riebbe e ripresa la conoscenza s’accorse d’essere in mano dei birri, proruppe in disperate grida:
      - Sì, sì, sono stato io, l’ho uccisa, povera Giacinta, vedete vedete queste mani, sono lorde del suo sangue!
      La sua esaltazione confondeva i birri, non sapevano se avevano a fare con un pazzo, o con un delinquente. Ma ad ogni buon conto lo ammanettarono e lo portarono verso le carceri.
      In città s’era intanto diffusa la notizia del delitto, scoperto da un’amica della Giacinta, la quale essendosi recata a visitarla, e trovata la porta aperta era entrata!
      Non appena lo videro a comparire in città incominciarono le grida:
      - Eccolo! Eccolo, l’assassino!
      I birri non comprendevano ancora di che si trattasse; ma tennero Saverio più strettamente.
      - Ha ammazzato la moglie in letto con una coltellata al cuore! - Urlava la gente. E l’uxoricida assentiva del capo e rispondeva con voce rauca:
      - È vero! È vero.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





Giacinta Giacinta Saverio