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      La gente che lo incontrava, atterrita si buttava di fianco per evitarlo. La sua corsa continuò parecchie ore finché cadde esausto di forze e di spirito nelle mani di una pattuglia in perlustrazione. Riuscito impossibile trargli di bocca una parola sensata e vedendolo macchiato alle mani ed ai vestiti di sangue, i birri lo legarono e lo condussero a Roma sopra una carretta.
      Il carcere gli ridiede animo, tra quelle tetre mura gli sembrava di trovarsi al sicuro dalla vendetta di suo padre, unica cosa di cui temesse. L’orrore ispiratogli dallo stesso suo misfatto lo aveva quasi incretinito.
      Interrogato, raccontò al giudice per filo e per segno la storia del litigio avuto con suo padre, la sua cacciata di casa, l’errare che aveva fatto la notte pei campi, l’incontro nel bosco e l’assassinio.
      Fu condannato alla decapitazione e subì la pena più morto che vivo, apparentemente, più che di fatto, confortato dai preti.
      Eseguita la sentenza, dovetti prendere la sua testa dal paniere e portarla a Rocca Priora per infiggerla sulla porta. Questo feci di notte per evitare inutili pericoli.
      LIII.
      Due opposti temperamenti.
      Decapitato Andrea Emili quondam Giuseppe Dolfi il 2 agosto, un forzato che aveva ucciso, al Colosseo, un suo compagno di pena, mi capitò in mano per lo stesso ufficio Raffaele Vattani romano, il quale aveva uccisa sua moglie in condizioni singolarissime e meritevoli d’essere ricordate.
      Raffaele Vattani aveva sposato poco più che ventenne Romilda Sangeni, una bionda ragazza sui diciotto, tutta poesia, sentimento, idealità. Appartenenti entrambi a ricche famiglie borghesi, avevano di che condurre una vita allegra e brillante.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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