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      Ma volendo sapere che cosa succedeva, mi nascosi una sera nella mangiatoia di due cavalli che ora sono stati mandati in campagna e vidi tutto. Allora ho pensato di avvertirvi.
      - Ed hai fatto bene perdio! Beviamone un altro boccale.
      Il boccale fu ordinato e mentre passava dal recipiente negli esofaghi dei due nuovi amici, Beppe prese a dire:
      - I servizi non si vendono a metà.
      - Son qui tutto per voi, purché non mi compromettiate.
      - Non aver paura.
      - Che volete da me?
      - Voglio che tu mi introduca nella scuderia, senza che altri mi veda; occuperò il posto d’osservazione che ha servito a te. Voglio vedere co’ miei occhi.
      - Non le farete mica del male a Rosa?
      - Manco per sogno. Voglio soltanto confonderla. Poi la manderò al diavolo.
      - Così sia. Venite sull’imbrunire. Il portone è aperto, a quell’ora il guardiaporta se ne sta a far quattro chiacchiere cogli amici. Entrate franco e venite alla scuderia, ch’è nella seconda corte a destra. Io ci sarò.
      Poco dopo famiglio e macellaro si lasciarono. Il primo rientrò a palazzo, ben felice di aver trovato modo di vendicarsi del cocchiere, col quale l’aveva a morte; il secondo tornò a bottega e prese tutte le disposizioni per ciò che intendeva fare.
      All’ora convenuta il Macchia si presentava alla scuderia, dove il garzone l’attendeva: questi fu un po’ sorpreso di vederlo munito di quel palo, col quale lo aveva minacciato il mattino, ma Beppe lo rassicurò dicendogli, che soleva sempre portarlo con sé la notte, essendo minacciato da molti nemici. Il famiglio gli additò la greppia in cui doveva nascondersi, gli raccomandò la massima prudenza, e se ne andò per tema di venir sorpreso.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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