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      Arrestato il Valentino e sottoposto alla tortura, dopo pochi tratti di corda confessò tutto e fu condannato. Non volle saperne di pentimento. E siccome il giorno dell’esecuzione era la festa di San Pietro, perché il convoglio non avesse ad incontrarsi con qualche cardinale, nel qual caso, sarebbe stato spontaneamente graziato, fu fatto passare per via Giulia, San Giovanni de’ Fiorentini, piazza Ponte, via dell’Orso, e per Ripetta giunse al Popolo, dove fu mazzolato e squartato dal garzone del carnefice, essendo questi degente allo Spedale di Santo Spirito per malattia.
      Il secondo fu Francesco Tarquinj romano, impiccato sabato mattina 5 aprile a Campo Vaccino per aver scassinato parecchie botteghe. Lo denunziò una donna che l’aveva veduto nascondere all’arco de’ Pantani i ferri di cui si serviva. Fu appostato e arrestato due giorni dopo mentre sull’imbrunire era andato a riprendere i summenzionati ferri. Subì un esame durato cinque ore. Ciò accadde il venerdì, il susseguente sabato venne fatto girare per tutta Roma seduto a ritroso a cavallo d’un asino con un trivello pendente al petto. Era un bel giovane di 22 anni, figlio di un beccamorto ammazzato alla Pace; aveva un altro fratello in galera, una sorella ed una zia monache ai Santi Quattro. Delle tredici botteghe che aveva scassinato non aveva riportato che 10 scudi, essendosi limitato a levare il denaro dalle cassette.
      L’ultimo di quell’anno, Ludovico Benigno da Macerata, fu impiccato al Popolo, la mattina del 22 novembre. Era un giovane di ventidue anni, non molto alto della persona, colla barba nera, folta e prolissa, il naso leggermente aquilino, lo sguardo vivace.


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Mastro Titta il boia di Roma
Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
di Anonimo
pagine 421

   





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