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      Poi voltosi a Gustavo soggiunse:
      - Adesso andiamo a liberar Teodoro.
     
     
      CAPITOLO TERZO
     
      TRE GENERAZIONI
     
      Alla domenica e al giovedí in casa Firmiani c'era sempre qualche invitato a pranzo.
      Verso l'ora appunto che precede di poco il suono di campanello delle case aristocratiche - quando i lumai cominciano a scorrere frettolosi per le remote vie ad accendere i primi lampioni - nella sala di casa Firmiani tre persone della famiglia stavano aspettando i convitati.
      Il conte Lorenzo, nonagenario, era seduto nel suo fido seggiolone, alla destra del camino, su cui ardeva una lieta fiamma. A novant'anni suonati, egli soleva dire d'essere piú forte di un giovine di venti. E davvero sarebbe stato difficile trovare un viso piú rubizzo e vegeto, non dico in un uomo della sua età, ma anche di assai minore. Quantunque fosse coperto di rughe, quel viso conservava nella pienezza delle guancie e nell'espressione degli occhi un non so che di giovanile, che faceva strano contrasto colla bianchezza argentina dei capelli e delle sopracciglia: quegli occhi, a vent'anni, dovevano essere stati lampeggianti se a novanta conservavano ancora tanto fuoco.
      Accanto a lui, col gomito appoggiato al bracciolo della sua sedia, sedeva una donna di mirabile bellezza, che non mostrava piú di venti o vent'un anni.
      Un bell'uomo, serio serio, in piedi, volgeva le spalle al camino, tenendo le mani raccolte dietro il dorso. Egli, con voce monotona, e con sussiego diplomatico, andava discorrendo di politica agli altri due, che pareva non prestassero troppa attenzione alle sue glaciali parole.


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La scapigliatura e il 6 febbraio
di Cletto Arrighi
pagine 243

   





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