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      E allora si compiè la rivoluzione della repubblica in imperio. - Viene dunque la etá terza, o di questo imperio; e con poco diletto nella storia, poco utile negli insegnamenti, essendo essa d'una cosí sfacciata tirannia, d'una cosí sfacciata servitú, che non può rinnovarsi nella cristianitá; non pericoli, non accrescimenti all'infuori, non divisioni, non parti, non vita addentro, non operositá fuori né dentro, salvo che di lettere al principio, ma per poco; finché tutto fu ozio e vizi e corruzione, finché il popolo romano, che aveva vinte nazioni su nazioni incivilite, prodi e grandi, non fu piú pari a difendersi contro alle genti sparse e barbare che l'assalirono, l'invasero, lo distrussero. Una consolazione, una bellezza sola ma suprema sorge in tutta questa etá: il sorgere dapprima oscuro, poi a un tratto splendidissimo della cristianitá; la cristianitá sollevantesi tra le rovine dell'imperio, ed ivi aspettante i barbari. - S'empie quindi tutta di questi barbari la quarta etá. E di nuovo, nulla quasi di bello; salvo forse Teoderico gran re d'Italia e d'altre province all'intorno, che parea dover essere gran fondatore d'una nuova nazione italiana, come furono le contemporanee francese, spagnuola ed inglese; che non fuse non d'un regno di pochi anni, grazie all'inquieto desiderio dell'imperio e del nome di Roma che s'apprese agli italiani, che fece chiamare i greci, cadere i goti, e sottentrare in un dieci anni i longobardi. Seguono dugent'anni di questi, incapaci di conquistare tutta Italia, incominciatori del dividersi di essa fino a noi, fino ad ogni avvenire prevedibile; incapaci di governar le province occupate, di serbarle, contro ai papi capipopolo di Roma, ed ai loro patrizi ed amici, i Carolingi di Francia.


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Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni: sommario
di Cesare Balbo
pagine 750

   





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