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      Ma poichè vide vana essere la sua fatica, e conobbe gli animi degli uditori essere ostinati (temendolo giudicio di Dio), prima propose di lasciare del tutto ogni pubblico uffizio e vivere seco privatamente; poi, dalla dolcezza della gloria tirato, e dal vano favore popolaresco, ed anche dalle persuasioni de' maggiori; credendosi, oltre a questo, se tempo gli occorresse, molto più di bene poter operare per la sua città se nelle cose pubbliche fusse grande, che esser privato, e da quelle del tutto rimosso...; non si seppe e non si potè da quella dolcezza guardare.
      «Fermossi, adunque, Dante a seguire gli onori caduchi e la vana pompa de' pubblici uffici; e veggendo che per sè medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale giustissima la ingiustizia delle altre due abbattesse tornandole ad unità, con quella si accostò nella quale, secondo il suo giudicio, era più di ragione e di giustizia; operando continuamente ciò che salutevole alla sua patria e a' suoi cittadini conosceva.»292 Vedesi in tutto ciò, che la moderazione di Dante non era nè debolezza, nè dubbiezza, nè doppiezza; e tal moderazione che non suol aver credito prima de' pericoli, l'acquista e serba finchè durano, per perderlo poi quando son passati, ma riacquistarlo, quando sieno spente le Parti, appresso ai posteri. Del disprezzo poi di Dante per la propria Parte, noi vedremo molti cenni e nelle azioni di lui, e nel Poema.
      Ma una delle più disprezzanti parole che sieno mai state pronunciate da qualsiasi superbissimo e di sè senziente uomo, è quella famosa da lui detta al partire per la presente ambasceria, e pure rapportata dal Boccaccio: «Molto presunse di sè, nè gli parve meno valere, secondochè li suoi contemporanei rapportano, che ei valesse.


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Vita di Dante
di Cesare Balbo
pagine 525

   





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