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      » – Nella prima delle quali, di nuovo parla Dante dei due amori combattentisi, a sua donna morta in terra e viva in cielo, e alla gentildonna pietosa; nella seconda loda l'oggetto del nuovo amor suo; e nella terza dirige a lei una lode della nobiltà. Undici altre Canzoni che non s'hanno o non si sa quali sieno, parlavano forse pur di questo o di altri suoi amori. Ora, a Dante, esule e studioso, e forse ideante di ricominciare il Poema votivo a Beatrice, venne in animo di dimostrare con un non breve commento delle quattordici Canzoni: ch'egli, in quelle parlando al senso proprio della gentildonna, suo secondo amore, aveva allegoricamente voluto parlare del suo amore alla filosofia; e che perciò, dove si leggeva amore, si doveva intendere studio; dove donna, filosofia; dove terzo cielo di Venere, rettorica terza scienza del trivio; dove angeli motori di tale sfera, Boezio e Tullio, che insomma dovean tenersi per li soli suoi consolatori.441 Io lascio i lettori pensare ciò che vorranno della verità di tal commento. Dico sì, che lo scrittore esponendo separatamente il senso litterale e l'allegorico di ogni Canzone, è chiaro, bello e buono quasi sempre nella prima esposizione; oscuro, tirato, intralciato e contraddicentesi nella seconda: che il libro finito qual è per le tre Canzoni dette fin dall'anno 1304, fu poi dall'autore, ne' 17 altri anni che visse, abbandonato probabilmente come non buono a finirsi: e che chi voglia credere a lui in questo libro così abbandonato, non avrebbe a creder poi all'altro principalissimo suo, fatto e finito con amore sino al fine, nè ai rimproveri di Beatrice, nè alla confessione di Dante per li suoi errori; rimproveri e confessione che hanno là suggello di sincerità e spontaneità, tanto più che non qui queste stirate scuse.


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Vita di Dante
di Cesare Balbo
pagine 525

   





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