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      La parodia del "genio incompreso", pur essendo una graziosa burattinata ad uso e consumo degli scrittori mancati, ha profonde radici nella realtà: e gli stentati alberelli dei superuomini in miniatura altro non sono se non i labili segni di una legge eterna.
      Ed ecco ancora un uomo di genio, che trascorse inosservato la propria esistenza e oggi, scomparso da anni dal buffo palcoscenico del mondo, si drizza gigante sovra le più alte vette dell'arte: Villiers de l'Isle-Adam.
      Nacque, egli, a Saint Brieuc, in Bretagna, il 7 novembre 1838 e, dopo gli splendori e le gioie di un'adolescenza idoleggiata dai famigliari e sorrisa dalle agiatezze, condusse l'umile miserabile vita del suo fratello spirituale: Edgar Poe. Ma, dentro il cuore, custodiva la rifulgente memoria degli avi crociati e, nell'animo, un sogno, che trascendeva ogni realtà. Gli scapigliati caffè parigini videro questo impenitente nottambulo avvicendare le ebrezze di una sfrenata improvvisazione, in crocchio di amici, con le ebrezze, oh come tremende!, dell'alcool. E gli scrittori mediocri e morigerati storser le labbra sdegnosi; e i cittadini pacifici gridaron l'anatema o volsero altrove gli sguardi. Non sapevan, però, gli uni e gli altri, qual tesoro si celasse in quell'ometto timido e irruento a sbalzi, femmineo a dispetto del pizzo alla moschettiera e dei baffi spavaldi, ingenuo nei chiari occhi azzurri, aspro e doloroso nella piega ironica delle labbra, trasandato nelle vesti, ma nobilmente scrupoloso e accurato in tutto ciò, che toccasse la sua maggiore amica e nemica: l'arte.


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Edgar Poe
di Pierangelo Baratono
Formiggini Editore
1924 pagine 58

   





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