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      Ma la mediocrità e la malignità, feroci abitudinarie beghine, condannan lo scrittore di genio ad attendere che la Morte e il Tempo, cancellando i difetti e avvezzando l'orecchio umano alle nuove voci dell'arte, assolvan l'uomo e rendan sacro il poeta. Edgar Poe ebbe, in vita, ben scarsi ammiratori. E il borioso Hugo e il garbato Lamartine e Sainte-Beuve paternamente bonario sarebber scoppiati dalle risa se qualcuno avesse lor parlato di un Carlo Baudelaire immortale. Ah, miserie! Colui, che al proprio legittimo orgoglio aveva offerta la formula conclusiva "Essere l'uomo più grande e dirselo in ogni momento", dovea, sul limitare tra la vita e la morte, guardar con occhio tetro il bilancio di un passato senza luce e, con un lungo sordo disperato singhiozzo, entrar nel regno dell'Ombre.
      I fiori del male, le Lettere alla madre e Lo spleen di Parigi sono, anch'essi, un lungo sordo disperato singhiozzo. La nuova umanità, che s'affaccia sugli orizzonti ancor arrossati dalla vampa delle rivoluzioni e delle guerre, possiede una sensibilità acutizzata dal violento trapasso storico e dall'irrompere di desiderii, sino a ieri ignorati. Per placarla, bisognerebbe che il fuso ardente metallo di questi desiderii colasse senza ostacoli nello scabro stampo della realtà. Ma ad un desiderio più elevato corrisponde sempre una più bassa realtà: e dal contrasto fra l'ideale e il reale nascono, irrimediabilmente, l'esasperazione e l'angoscia. Il magnifico lirismo dei Fiori del male, con la sua sonora musicalità e il robusto inesauribil sentimento inspiratore, non è solo una manifestazione d'arte perfetta: è, anche, la profonda echeggiante voce del nuovo cruccio.


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Edgar Poe
di Pierangelo Baratono
Formiggini Editore
1924 pagine 58

   





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