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      Fece saltare il turacciolo con un chiodo arrugginito, poi stese il braccio e porse la bottiglia a Storno, borbottando:
      — A te, vecchione!
      Il recipiente passò cinque o sei volte da una bocca all'altra, finchè, rimasto privo del suo contenuto, fece due giravolte per l'aria e andò a frantumarsi contro il piedestallo della statua di Balilla. Storno si era di nuovo immerso nei suoi pensieri. Quanto a Pipita, esso canterellava accompagnandosi con un leggiero batter di dita sui vetri della sua lanterna.
      Stettero così per cinque minuti. Infine Storno chiese:
      — Pipita, è vero che ci son delle bestie, in Africa, che si chiamano iene e che ridono come gli uomini?
      — Sì; ridono quando li hanno mangiati.
      — E mangiano i cadaveri, non è vero?
      — Credo. Dei vivi hanno paura.
      — Sai, Pipita? La ho udita anch'io, una iena.
      — Sei stato in Africa?
      — No, no; a Genova. Ecco; si tratta di venti anni fa. Adesso ne ho sessanta sulle spalle e sono ancora in gamba e me ne rido degli spiriti. Figurati allora! Una notte tornavo a casa, verso quest'ora. In quell'epoca ero facchino, ma le notti le volevo passare a bere, fra amici.
      Dunque, tornavo a casa, un po' alticcio, ma ancor saldo in gamba. Avevo moglie, e come bella! Una creatura delicata, tutta diversa da me, con la carnagione rosea, i capelli biondi e morbidi e due occhi azzurri da madonnina.
      — Oh, dove l'hai messa, ora! interruppe Pipita.
      — Lasciami parlare. Era un tesoro di donna per me, e poi aveva certi suoi gesti di monella, che la rendevano cara a tutti. Uno specialmente lo ricorderò sempre.


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Genova misteriosa
Scene di costumi locali
di Pierangelo Baratono
pagine 280

   





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