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      Comunque fosse, accettammo il presente, che in quelle circostanze ci parve la man di Dio; ma non ardivamo farne parola ai nostri uomini, temendo che si mettessero a ridere di quella miseria.
      Si sperava ancora che il Pietramellara giungesse da Terni, con armi e munizioni. Ma quali armi, e quali munizioni? Non ne sapevamo niente, ma speravamo; speravamo come il naufrago nell'isola deserta, che attende un naviglio, il quale lo scorga lui da lontano, proprio lui, e si accosti alla riva per prenderlo a bordo; come un povero diavolo che per pagare una cambiale vicina alla scadenza, aspetta le centomila lire della lotteria di Milano.
      Questa volta la speranza mostrò di non meritare gli epiteti poco amorevoli onde l'ha gratificata l'illustre autore dell'Assedio di Firenze. Infatti, nella medesima sera, e in quella che stavamo seduti a tavolino, colla carta del confine spiegata davanti a noi, e mestamente sorseggiando una tazza di caffè, parecchi dei nostri salirono affannati le scale, gridando: "le armi! son giunte le armi."
      Il grido "terra, terra" levato dalla gabbia dell'albero di maestra della Pinta, non fece, io penso, tanto piacere a Cristoforo Colombo, quanto a noi quello dei nostri compagni: "le armi! son giunte le armi."
      Scendemmo a precipizio in istrada e trovammo per l'appunto due carri che si fermavano allora davanti all'uscio, accompagnati da cinque o sei dei nostri amici, da noi lasciati in vedetta a Terni, perchè nessuno avesse a beccarsi il sospirato soccorso, caso mai ci fosse stato spedito da Genova.


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Con Garibaldi alle porte di Roma
1867 - Ricordi e note
di Anton Giulio Barrili
Fratelli Treves Milano
1895 pagine 159

   





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