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      Era bigio, di munizione, e, cosa rara, eccellente. Ma vedete stranezza: ci era passata la fame; e così, dopo averne sbocconcellato un orlo, tralasciammo di mangiare, mettendo il nostro pane ad armacollo, chi con funicelle, chi con fazzoletti, chi con le fasce azzurre, levate di torno alla vita.
      Ai Cappuccini regnava la bella confusione degli accampamenti improvvisati. Non mancava la nota triste, per un buon numero di feriti, che erano stati collocati sulla paglia nel refettorio del convento. I monaci dalle grandi barbe grigie facevano il debito loro come infermieri e consolatori. Chi sa che cosa pensavano in cuor loro quei frati? Sui loro volti non si vedeva dipinto che affetto e bontà. Del resto, non avevano a lodarsi troppo delle schiere pontificie, donde partiva il fuoco che devastava il convento, mettendo le lor vite a gran rischio e sforacchiando con le palle da cannone il muro di cinta della loro villetta. Tra i feriti e tra gl'illesi della colonna Frigésy noi salutavamo intanto amici parecchi, fratelli d'armi del '66, compagni di baldoria o di passeggiata in tutte le città italiane. Erano ciarle senza fine, discorsi senza capo nè coda, domande e risposte intrecciate, interrotti, vaganti su tutti gli argomenti possibili e immaginabili. Tra tante notizie, due sole ci furono acerbe: il colonnello Mosto e il capitano Uziel erano caduti quella mattina, feriti quasi ad un punto, nel riuscir che facevano da una vigna sul piazzale del castello Piombino. Li avevano trasportati al convento di Santa Maria: il primo con una palla alla noce del piede, il secondo con una palla nell'addome.


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Con Garibaldi alle porte di Roma
1867 - Ricordi e note
di Anton Giulio Barrili
Fratelli Treves Milano
1895 pagine 159

   





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