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      Ma io aggiungo di più, ch'egli è un voler confondere tutt'i rapporti, l'esigere, che un uomo sia nello stesso tempo accusatore, ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli, e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati, e di condannare i deboli innocenti. Ecco i fatali inconvenienti di questo preteso criterio di verità, ma criterio degno di un Cannibale; che i Romani barbari anch'essi per più d'un titolo riserbavano ai soli schiavi vittime di una feroce, e troppo lodata virtù.
      Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini. Ma qual giudizio dovremo noi dare delle segrete e private carnificine, che la tirannia dell'uso esercita su i rei e sugl'innocenti? Egli è importante, che ogni delitto palese non sia impunito; ma è inutile, che si accerti il delitto di un uomo, che sta sepolto nelle tenebre dell'incertezza. Un male già fatto, ed a cui non v'è rimedio, non può esser punito dalla Società politica, che quanto influisce sugli altri colla lusinga dell'impunità. S'egli è vero, che sia maggiore il numero degli uomini, che o per timore, o per virtù, rispettano le Leggi, che di quelli, che le infrangono, il rischio di tormentare un innocente deve valutarsi [pag. 37] tanto di più, quanto è maggiore la probabilità, che un uomo a dati uguali le abbia piuttosto rispettate, che disprezzate.
      Un altro ridicolo motivo della Tortura è la purgazione dell'infamia, cioè, un uomo giudicato infame dalle Leggi deve confermare la sua deposizione collo slogamento delle sue ossa.


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Dei delitti e delle pene
di Cesare Beccaria
1764 pagine 84

   





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