Pagina (332/963)

   

pagina


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

      L'umanità ferita chiede oggi, sola, gli affetti del tuo cuore, e le meditazioni del tuo spirito, e l'amore deve farsene il signore assoluto. Tu molto perdesti: non tutto; e ne hai verità in quei sei volti, copie fedeli della cara immagine, che si dileguò. Ma la provvidenza albergò nel nostro petto più tenerezze, quella di figlio, di amante, di marito, di padre, di amico tutte le hai tu conosciute, e profondamente sentite. Una ti fece gemere, e ancora ti fa, sulle ceneri del tuo buon genitore: due altre ti si risvegliano adesso più imperiose che prima, perché la natura oltraggiata dalla morte si vendica sul cuore più prossimo al colpo, e perché nella perdita è più la coscienza, che nel possesso, e nel medesimo acquisto. Dunque ciò, che ti rimane e di prole, e di amici non è per ora compensato del troppo, che ti mancò. Tu però offeso dalla morte in quel che ti tolse, saresti ad un tempo offensore di quel che ti lascia, se all'umanissimo e bollente tuo animo volessi imporre di forza, e di slancio il conforto pericoloso degli uomini materiali. La cristiana rassegnazione non abbisogna per trionfare sulla nostra fralezza, della mentita impassibilità dello stoico. Umiliare il pensiero ribelle all'onnipotenza è segno di pietà, e di ragione. Asservire gli affetti, che onorano la nostra specie, è pruova di vizio e di ferina stoltezza. Così, tu piangi, mio caro, per sollevarti il cuore degnamente, e conservarlo sano a' tuoi amici, e a' tuoi figli. Il tempo, sedatore di tutti i moti dell'universo, ti restituirà poi quella calma, che, accompagnata ora sempre da dolce mestizia, dà fede perenne di una vecchia sventura patita in chi meritava continuità d'ogni bene. Intanto io associerò le tue alle mie lagrime, sapendo tu bene quanto quella bell'anima castamente mi amasse, perché tu mi amavi, e come io vi ricambiassi dello stesso affetto, che a te mi congiunge.


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

   

Le lettere
di Giuseppe Gioachino Belli
pagine 963