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      Terminato il quadro storico e riveduti leggermente i panni a vari scrittori di storie letterarie, notandone alcuni errori, la Rivista si volge a dimostrare come in mezzo all'austeritá ghibellina ed al rigore dell'avversa fortuna, l'anima di Dante, bollente di magnanima ira, ridondasse nondimeno di affetti teneri e gentili; e come ogni tratto egli li manifestasse ne' suoi versi e nelle sue prose, esprimendoli con un fervore tutto spontaneo e con una dilicatezza di cui non trovasi facilmente l'uguale. E per persuadere di questo i suoi lettori e per confutare ad un tempo stesso un'opinione, tanto o quanta contraria, di Federigo Schlegel, che nella sua Storia della letteratura antica e moderna chiama bensí Dante il "maggiore de' poeti cristiani", ma gli rimprovera qualche poco di ruvidezza d'animo, la Rivista con lunghi commenti presenta ad essi un lungo florilegio di passi dilicatissimi, tolti dal poema e dalle rime di Dante. Le citazioni sono in italiano, e la spiegazione di esse viene somministrata agl'inglesi per lo piú dalla bella traduzione di M. Cary in versi sciolti.
      Quel florilegio sará opportunissimo per gl'inglesi; ma per noi italiani potrebbe esser creduto superfluo. Il dilicato e gentile amante di Beatrice, il pietoso narratore delle altrui sciagure amorose non ha bisogno qui d'esser difeso dalle accuse di Federigo Schlegel, né dalle altre di M. Hallam, che rinfaccia a Dante troppa ira contro la patria. Dante amava la sua patria piú che chiunque; ma ne odiava i delitti.


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Scritti critici e letterari
di Giovanni Berchet
Laterza Bari
1912 pagine 282

   





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