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      Questo nell'interesse generale. Ma come pretendere che gli operai degli zuccherifici che guadagnavano «salari elevati, ignoti ad altre categorie di lavoratori» (Avanti!, 10 marzo 1910) rinunziassero alla loro posizione privilegiata?
      Un altro esempio. Prima della guerra, funzionavano in Italia 37 miniere di lignite, che produssero, nel 1913, 700 mila tonnellate di combustibile. Durante la guerra, salito a prezzi altissimi il carbone estero, fu conveniente sfruttare giacimenti lignitiferi anche poverissimi; e le miniere salirono a 137 ma la produzione non crebbe che di 400 mila tonnellate, parte delle quali date da una pił intensa produzione delle vecchie miniere. Finita la guerra, discesi i prezzi del carbone estero, le richieste di lignite scemarono, sin che le 37 miniere ridivennero sufficienti.
      I minatori aggiunti, quasi tutti i contadini dei paesi circostanti, si videro minacciati di licenziamento e di diminuzione di salario. Grandi agitazioni, il cui motto d'ordine era: Niente licenziamenti! E un deputato socialista, presidente di un consorzio cooperativo minerario, chiese al Governo di mantenere la produzione lignitifera alle cifre del periodo di guerra, anzi che la facesse salire a 4 milioni di tonnellate annue; che l'amministrazione delle ferrovie trasformasse un certo numero di locomotive per adattarle all'impiego della lignite; che i fuochisti delle ferrovie fossero meglio pagati per compensarli dell'aumento di fatica dato loro dall'uso della lignite; che l'uso della lignite fosse imposto per legge a tutti i servizi dipendenti da pubbliche amministrazioni in tutti i casi in cui la lignite potesse senza danno sostituire il carbone, che il governo finanziasse le societą che si proponessero l'impianto di centrali elettriche a base di lignite; che esentasse dall'avocazione dei sopraprofitti di guerra gli impianti di questo genere.


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Umanesimo e anarchismo
di Camillo Berneri
pagine 88

   





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