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      Bene strano ei sarebbe, se i bisavoli della nostra poesia non ottenesser da noi quella venerazione e quello studio che gl’italiani riscuotono sin dopo cinque secoli dai lor pronepoti. Io m’impegno di risuscitare la fama loro a dispetto della durezza, della rusticità, dell’oscurità del lor non inteso linguaggio. Ci farò tanti comenti d’attorno e a fronte e a tergo, che ne verrà un gran volume. Le allegorie ne’ passi più strani, un calepino di voci antiquate alla mano, i titoli di divina all’opera ed altri simili aiuti, con una setta di lapidari, di antiquari e d’accademici dal mio partito, che voglian essere poeti malgrado un’anima fredda e insensibile, sapran screditare l’Iliade, l’Eneide e tutto il Parnasso che scrive per dilettare e farsi intendere. Lasciate poi fare a’ pacuviani e agli enniani, che ben sapranno moltiplicar l’edizioni a migliaia. Se ottengo solo otto o dieci seguaci fanatici e zelanti adoratori, questo mi basta. Dietro lor correrà tutto il mondo poetico, e que’ pochi meschini che ardiron nascere con buon orecchio e con anima armonica, che gustano la chiarezza, la nobiltà, le immagini e i voli della poesia, saran trattati da sciocchi, da ribelli, da empi bestemmiatori della sacra antichità, sicché dovranno tacersi per lo migliore. Udite, adunque, udite il divino Pacuvio, il divinissimo Lucilio:
      Vivite lurcones, comedones, vivite ventres;
      ricini auratae cicae, et ocraria mitra;
      quinque hastae aureolo cinctu rorarius velox...
      — Ma tu hai ben torto, — diss’io, rompendogli a mezzo que’ suoi magici carmi, — perché, nel vero, Pacuvio, Ennio, Lucilio e gli altri nostri barbuti poeti non hanno bellezze da paragonarsi a quelle dell’italiano.


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Lettere Virgiliane - Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria
di Saverio Bettinelli
1758 pagine 205

   





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