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      Egli poteva ancora cogli avanzi della sua fortuna vivere mediocremente, ritirandosi dal mondo e contentandosi del poco. Ma questa buona idea non gli passò neppure pel capo. Al contrario gliene venne un'altra delle più stolide che si possano immaginare, e la pose in effetto. Vedendosi al limitare della vecchiaia e malaticcio, si persuase che non gli restavano tutt'al più che tre anni di vita. Quindi egli divise in tre parti le ottantamila lire che ancora possedeva, onde mangiarsele anno per anno, sperando che la morte verrebbe a coglierlo quando fosse rimasto senza un soldo. I tre anni passarono, e le ottantamila lire furono esattamente consumate, ma la morte non comparve. Anzi durante quell'epoca il conte ricuperò la salute, e già da cinque anni vive prosperoso nella miseria. Egli è quel personaggio che venne qui poco fa.
      Io lo aveva indovinato. E perchè in capo ai tre anni non andò egli a gettarsi in un fiume? Quando si assegna con tanta sicurezza il termine della propria vita, bisogna fare che la morte dipenda dalla nostra volontà.
      Oibò, il suicidio è un peccato, e il conte non avrà voluto commetterlo, sebbene per verità ne abbia commessi tanti altri. Non so se ci voglia più coraggio a uccidersi, o a vivere una vita infelice come la sua. Non c'è pitocco nel nostro villaggio che non stia meglio di lui. Almeno il pitocco non ha le memorie del passato splendore, non ha i rimorsi di aver dissipato un'immensa sostanza, e mangia il pane della carità senza arrossire.
      Ma questo conte sarebbe egli ridotto a limosinare?


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Tre racconti sentimentali
di Paolo Bettoni
Borroni e Scotti Milano
1855 pagine 106