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      E alla fine della sessione tenne un discorso in cui chiarì le condizioni alle quali egli e i suoi amici avrebbero nella sessione prossima sostenuto il ministero; ed erano: l'abolizione de' comandanti militari, la riforma del bilancio, la determinazione d'un piano finanziario, da cui si ottenesse o si potesse sperare almeno di ottenere in un certo tempo l'equilibrio degli esiti e degl'introiti; l'introduzione de' principî liberali nella materia daziaria; la collazione delle gabelle accensate, "contrarie a' principî di giustizia e di moralità, e gravanti il povero"; ed il peso della contribuzione esteso alle proprietà fabbricate. In pari tempo difendeva il ministero dalle accuse direttegli contro da altre parti dell'assemblea; le quali erano o insussistenti, nel parer suo, ovvero mosse da opinioni o non pratiche, o contradditorie, o funeste.
      Dopo questo discorso il Cavour avrebbe potuto, come lord Eldon, dimandare a se medesimo, perchè mai egli non era ministro. Nè la dimanda avrebbe ritardato a ricevere una risposta. Morto il Santarosa, fu invitato egli, amicissimo del defunto ministro, nell'intervallo della sessione, a prenderne il posto di ministro di Commercio e Marina.
      Dall'ottobre del 1850 sin oggi il Cavour non ha cessato, se non per brevi intervalli, d'essere, sui principî, ministro, e poi il ministro in Piemonte. Quando il suo nome fu proposto a Vittorio Emanuele, il Re, con quel rarissimo senso degli uomini che non è la minore delle sue qualità, rispose a' proponenti: - Sta bene, ma questi vi leverà di seggio tutti; - la qual cosa davvero importava poco al Presidente de' ministri d'allora, al d'Azeglio, che del governo accettava il dovere, senza averne l'ambizione.


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Camillo Benso di Cavour
di Ruggero Bonghi
1924 pagine 116

   





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