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      8" E quelle lodi a lui compartite con sincero e liberale animo erano tenute in tanto maggior conto, in quanto che partivano da un uomo così per l'ingegno come per le singolari sue virtù universalmente amato e venerato. Leonardo, lieto della conseguita vittoria, scrisse a Coluccio una lettera piena di gentili e affettuosi sensi, in cui gli espresse la sua gratitudine per la prova che gli avea data di singolare benevolenza.
     
      Ebbe Leonardo in sui primordii del nuovo ufficio a vedere da quanti pericoli è circondata la grandezza, e a quali rigori di fortuna soggiacciano i potenti, dove prudenza e senno non gli governi. Morto il nono Bonifazio, che posto aveva ogni studio a ridurre la città sotto la sua tirannide e fatto i patiboli sostegno al principato, si levò il popolo in armi per rivendicare la perduta libertà. Tra le agitazioni, l'armi, le fazioni e i tumulti fu eletto al pontificato Gusmano di Sulmona, che prese il nome di Innocenzo VII, uomo giudizioso, di mite e moderata natura, il quale pose ogni sua cura a tornare la quiete nella città. E non fu malagevole, dacchè il popolo, che diffidava di Ladislao re di Napoli, accorso per fare suo pro di que' tumulti, consentì facilmente a restituire al pontefice il Campidoglio, a condizione che fossero distrutte le fortificazioni e che restassero in sua guardia Castel Sant'Angelo e il Vaticano. Fu convenuto che il Senatore sarebbe scelto dal papa fra tre candidati eletti dal popolo, e che il governo della repubblica starebbe nelle mani di un magistrato, che prenderebbe il nome di Dieci della libertà. Le qualità e i precedenti del pontefice, come anco gli scrupoli della sua coscienza, parvero guarentigie sufficienti dell'esecuzione del trattato; se non che in progresso di tempo la cupidigia e la immoderata ambizione de' suoi congiunti, tra' quali segnalavasi un nipote ambiziosissimo, la vinsero sul suo disinteresse; di maniera che indi a poco fu tratto a violare i patti, a volere estendere sua autorità in Roma usurpandola al popolo.


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Istoria fiorentina
di Leonardo Bruni
Le Monnier Firenze
1861 pagine 852

   





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