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      Dopo queste cose, si tirarono addrieto, e posero campo a Tizzano: e poi che vi furono stati alcuni dì, cominciarono a far fosse e cave e istrumenti da combattere il castello. Tutte queste cose si facevano con ogni diligenza per commissione del capitano, acciocchè le menti de' nimici stessero attente a quello assedio. Lui, essendo vôlto col pensiero altrove, segretamente mandò un condottiere di notte tempo con parte delle genti a cavallo, e comandò ch'egli occupasse il passo del padule: e quella medesima notte, acciocchè il nimico avesse cagione di pensare ad altro, mandò un'altra parte delle genti a cavallo a predare con grande romore intorno alle mura di Pistoia, il contado di Lucca da quello di Pistoia dal lato di sopra dividono asprissimi monti, e sono congiunti col giogo dell'Appennino, e quasi in tutti i passi vi sono le fortezze: dall'altra parte la pianura è divisa da uno padule larghissimo e molto impedito in ogni luogo al passare, eccetto che a uno ovvero a due passi dove molto si ristrigne. Questi passi ancora stretti li tenevano i nimici e difendevanli colle castella e colle guardie. Il condottiere adunque, essendo mandato d'improvviso a pigliare questi luoghi, e giugnendo a Fucecchio, fece porre a quel passo stretto del padule un ponte di legno, il quale apposta aveva portato seco: e perchè egli era di notte, passò le genti, che non fu sentito da' nimici, e subitamente lo significò al capitano.
     
      Ramondo, come ebbe la novella, ne prese grandissima letizia, e prestamente mosse le bandiere, e abbandonato in tutto la espugnazione del castello, e seguendo le pedate del condottiere, quasi innanzi che i nimici lo sentissero, passò il padule con tutte le genti.


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Istoria fiorentina
di Leonardo Bruni
Le Monnier Firenze
1861 pagine 852

   





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