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      Quelli che erano di fuori diputati al soccorso, aspettando il segno ordinato, non intesero prima in che modo la cosa era passata, che da' suoi medesimi, i quali narravano come erano stati dentro e preso il castello, e di poi cacciati, l'avevano perduto. Così pieni d'ira e sdegno, dolendosi l'uno dell'altro, innanzi dì si partirono.
     
      In quella medesima vernata Saccone con circa mille cavalli e quattromila fanti entrò nel contado di Perugia, e non solamente predò il paese insino sotto la città, ma ancora prese e arse alcune castella delle loro. Di poi, tornando sotto Cortona con la preda, operò colla presenza sua in modo, che i Cortonesi, i quali prima erano riputati uomini di mezzo, inclinarono allo arcivescovo di Milano, e seguirono le parti sue.
     
      Circa questo tempo, gli ambasciadori fiorentini e de' loro collegati, giunti al sommo pontefice, benchè fussero con grande onore e benignamente ricevuti, e le parole usate da lui fussero umane e graziose, nientedimeno trovarono i fatti essere meno che l'opinione. Di questo si diceva essere cagione la sollecitudine e cortesia del nimico, il quale, usando assai larghezza, aveva tirato i principi di Francia e gran parte de' cardinali al suo favore: per il mezzo de' quali mitigato il pontefice, non pareva molto alieno dall'amicizia sua. Queste cose significate per lettere dagli ambasciadori a' loro dominj, mossero le città di Toscana a volgersi a altre speranze.
     
      Era Carlo nuovamente eletto allo imperio: e perchè giovanetto s'era trovato lungo tempo nelle guerre di Lombardia, e in quegli luoghi variamente stato trattato e offeso dalla famiglia de' Visconti, per questa cagione si stimava che fusse inimico allo arcivescovo.


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Istoria fiorentina
di Leonardo Bruni
Le Monnier Firenze
1861 pagine 852

   





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