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      L. Ma mi struggo d'udire con che mezzi superasti la cresta del muro, giacchè non potevi di meno: cioè ascender quanto eri disceso dalla finestra.
      P. Quali mezzi se non i divini? Con nessun altro potevo levarmi in alto.
      L. Forse apristi qualche porticina col favor di Dio?
      P. Neppur ciò. Mentre fra queste difficoltà mi disperavo, sorse una stella d'insolita luce, talchè dava ombra a guisa della luna. E perchè non la credessi la stella di venere, la notte non era a mezzo corso; poichè quando m'assisi sulla cresta del muro sonò la settima ora, ed era d'inverno. Di quella stella non so se presi più allegrezza o spavento. Certo col suo lume mi scopriva, se mai alcun custode guardasse. Ma dormivano la grossa, ed io vigilando alla mia salute, credetti dover profittare del lume celeste. Adunque tornai a esaminar il muro quant'era lungo, finchè all'angolo m'accôrsi era unito a un altro roso dal tempo e rotto, talchè potevo co' piedi e colle mani arrampicarmi. Cominciai dunque a salire, ma appena alzato di terra, il sasso a cui m'appigliavo cascò meco con gran fracasso.
      L. E non ti fiaccasti nessun membro?
      P. Nessuno, o Lucio, e mi sedetti come in morbido letto. Ben mi balzavano tutte le viscere, parendomi veder gente accorrer allo strepito, mentre invece nessun si mosse. Stetti alcun tempo a orecchi e occhi tesi, e come non vidi nessuno avvicinarsi, con maggiore sforzo m'arrampico, e finalmente accavalcio il muro. Poi pian piano scivolo dall'altra parte, e coll'ajuto di Dio mi ricovero alla casa di Filosseno Nuceo, uom dotto e pio quanto sai, e benevolo a me e a tutti i buoni.


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Gli eretici d'Italia
Volume Secondo
di Cesare Cantù
Utet
1865 pagine 728

   





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