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      Non mancò peraltro di lagnarsi coll’abbadessa delle sciocche persecuzioni a me fatte soffrire dalle monache, dicendole in conclusione:
      «La mia penitente è donna di fermo carattere, sebbene di poche parole. Siate certa che se si prefigge di uscire ne uscirà!»
      «San Benedetto non lo permetterà. Chiunque ha indossato una volta il suo abito, non uscirà più di qua dentro né viva né morta» rispondeva la povera donna.
      Ma se mi sapeva mill’anni di andarmene da quel luogo detestato, assai, ciò non ostante, dolevami di lasciarvi una ragazza in cui si erano concentrate le mie premure, ragazza ch’io amava come figlia ed unica sorella. Discendeva essa da un’onesta ed agiata famiglia napoletana, ed erami stata distintamente raccomandata un anno prima de’ sovraccennati avvenimenti.
      Chiarina (avea tal nome) era stata da principio affidata ad una zia, monaca da quarant’anni nello stesso monastero, ed in quel tempo rimbambita per eccessiva vecchiezza. Attristata dall’orrendo abuso che la conversa faceva della debolezza di lei, la povera vecchia mi aveva supplicata di prendere la nipote sopra di me, e farle da madre. Ogni educanda aveva per maestra una monaca; Chiarina fu dunque data in custodia a me, ed io l’accolsi caritatevolmente.
      Nata di sette mesi, quella giovinetta era viva per miracolo; aveva sedici anni, ma ne mostrava appena dieci. Perduti entrambi i genitori in tenera età, era rimasta con due soli fratelli; il minore studiava in altra città, ed il maggiore, per la natura delle pubbliche funzioni che esercitava, era costretto a trovarsi sempre in viaggio.


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Misteri del chiostro napoletano
di Enrichetta Caracciolo
pagine 337

   





Benedetto Chiarina