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      Qualche giorno dopo deposi l’abito, ed egli fece le viste di non accorgersene.
      Una sola eredità del passato conservai, simbolo della mia vita celibe: il velo nero.
     
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      Intanto la stella d’Italia risaliva nel firmamento, piccola sì, ma tuttavolta piena di consolante splendore. La guerra di Crimea aveva procurato alla prodezza della monarchia di Savoia e al genio politico di Camillo Cavour l’opportunità di sollevare il Piemonte, campione della nazionalità e della forza militare d’Italia, al grado di potenza. Una rete di maglie misteriose ormai riuniva Torino alle città principali della penisola: un gruppo di fili elettrici manteneva l’italico patriottismo in continua comunicazione e operosità. Quest’orgasmo febbrile diveniva più visibile in Napoli, che in altra parte: in Napoli, dove la dinastia borbonica, per avere violata la santità de’ patti, trovavasi, non solo in istato di ribellione contro i sudditi, ma pur caduta in discredito rispetto al mondo incivilito, e per ciò virtualmente spossessata sin dal 1848. Agli occhi della maggior parte, Napoli presentava l’immagine del formidabile suo vicino, alla vigilia d’una delle più tremende eruzioni, che gli annali dei vulcani ricordino. Tutti quanti i partiti rivoluzionari (trista eredità della confusione che condotte aveva le precedenti vicende), tutti i partiti, non eccettuato il borbonico-clericale, stavano ansiosamente attenti ai sintomi precursori della crisi che stava per iscoppiare, attenti come l’Arrotino della Tribuna fiorentina, profondamente assorto nell’ascoltare la congiura.


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Misteri del chiostro napoletano
di Enrichetta Caracciolo
pagine 337

   





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