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      Il terremoto popolare di Roma si propagò alla sempre agitata Calabria; scosse ancora più profondamente la Sicilia; di là varcò da capo il mare, e atterrì così fattamente il re di Napoli, ch'egli denunciò il patto che lo legava ai tre despoti del settentrione e fremendo e piangendo giurò inanzi al popolo e a Dio una costituzione. Questo repentino trabalzo spinse fuori del cerchiello delle riforme gli altri principi d'Italia, che stillando di tempo in tempo qualche minuto beneficio, speravano regnare gloriosi e adorati per molti anni ancora. E il Piemonte stesso si agitò sotto la cappa gesuitica che il re gli teneva indosso. Onde Carlo Alberto, che aveva punito con dodici anni di carcere un evviva all'Italia, e che pochi mesi addietro derideva nel suo Cesare Balbo certe velleità costituzionali, fu costretto, dopo vane riluttanze, a cedere ai prudenti consigli britannici, e farsi dimandare in fretta dal municipio di Torino quello statuto in cui gli adulatori dell'Opinione e del Risorgimento raffigurarono poi le tracce di 18 anni di sapienza e di meditazione. E si preparava al doloroso passo di sottoscrivere lo statuto, come altri si sarebbe preparato alla morte.
      In quel frattempo i malaccorti sussidi forniti dall'Austria, dalla Francia e dal Piemonte ai segregati Svizzeri, invece d'infiammare vie più la guerra civile, destarono finalmente a pudore gli onesti animi degli alpigiani, che lasciarono cadere in breve le armi e si riabbracciarono coi fratelli. La contorta e immorale politica di Metternich, di Guizot e di Lamargarita andava dunque sbeffata, non meno in Italia che fuori; si dissipava l'illusione di quell'ammirata arte di stato; e dallo sdegno popolare sgorgava improvviso in Parigi il grido di repubblica.


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Considerazioni sul 1848
di Carlo Cattaneo
pagine 217

   





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