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      Essi accesero di vetta in vetta lungo l'Apennino le fiamme del dicembre: essi congregarono sulla fossa di Ferruccio i montanari della Toscana: essi domarono coi fieri applausi dei trasteverini le ritrose voglie del pontefice. Essi rivelarono il popolo al popolo, l'Italia all'Italia; gettarono sul viso al barbaro armato il guanto della nazione inerme e impavida; trassero la plebe che aveva taciuto trent'anni, a dire d'una voce: l'ora è venuta; a svellere coll'erculea mano i graniti delle vie; a spegnere coi fucili strappati al nemico il foco de' sessanta suoi cannoni; a togliere in poche ore ai vecchi generali ogni senno e ogni coraggio. Il popolo poteva fare: voleva fare; ma senz'essi non aveva fatto. Per essi ora è certo che l'Italia sa e l'Italia può.
      Mazzini aveva scritto a Pio IX di aver più caro soccumbere che mirar le vendette e gli eccessi maturati dalla lunga servitù. Soverchio timore: l'oppressione non avea maturato i vizi della prosperità, ma le virtù della sventura; la nazione serva si scoperse più generosa delle nazioni dominatrici e superbe: perocchè il dolore giova ai popoli come all'uomo. Inebriati della poesia del proscritto, i suoi seguaci furono alla docile moltitudine consiglieri d'umanità. Il popolo seppe vincere senza eccessi e senza vendette. E ora non se ne penta. Poichè se gli sfuggì poi di pugno la vittoria, non fu perchè fosse stato più magnanimo del nemico, ma perchè fu credulo e servile al falso amico. Che se gli avversari ora non hanno il senno d'imitare il virtuoso esempio, e si vanno contaminando d'inutili crudeltà, essi condannano sè e gli sgraziati loro satelliti a soggiacere, quando che sia, a rappresaglie che nessuno potrà condannare, nè compiangere.


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Considerazioni sul 1848
di Carlo Cattaneo
pagine 217

   





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