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      Rispose questo: non potersi donare il paese senza il voto del popolo: nè quelli esser momenti di ritrarlo dalla battaglia a controversie politiche. A guerra vinta, si vedrebbe. Darsi al Piemonte era porre in sospetto tutti gli altri principi. E inoltre, come fidare di chi li aveva già traditi nel 1821? di chi li lasciava, in quell'istante medesimo, sotto la mitraglia? Erano dunque contenti d'essersi affidati nel 1814 alla casa d'Austria? Se l'Austria era straniera, tutte le famiglie regnanti erano straniere, pronte tutte a cospirare colli stranieri. Era necessario far guerra di nazione, chiamar tutta Italia. Se poi un solo principe recasse soccorso, avrebbe egli solo la gratitudine dei popoli. Dargli il paese era inutile; poichè sarebbe suo, s'ei vinceva; e se non vinceva, non sarebbe suo, nemmeno se glielo dessero cento volte. E tosto il consiglio presentò ai municipali, con molte firme di cittadini, una dichiarazione che la città di Milano domandava il soccorso di tutti i popoli e principi d'Italia; e la sparse anche al di fuori coi palloni volanti. E scrisse altro appello a tutte le città, perchè costituissero consigli di guerra, i quali lasciando ai municipi gli altri affari, attendessero a questo unico; e dimandò a ogni terra d'Italia una deputazione di baionette. Le ambizioni e le fusioni perdettero la guerra; una semplice federazione militare l'avrebbe vinta.
      Martini, vedendo la incertezza dei municipali, sollecitava lo stesso consiglio di guerra a costituirsi in governo provisorio per fare la dedizione a Carlo Alberto.


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Considerazioni sul 1848
di Carlo Cattaneo
pagine 217

   





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