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      Gli italiani in Brescia furono quasi mediatori, da un lato stando col popolo, dall'altro coi generali. E così trascorsero quell'ore fatali; e i maggiorenti poterono adempiere i comandi dei bellicosi pacieri di Torino e di Parigi. Se adunque i generali austriaci, persuasi a torto o a ragione d'aver commesso un errore lasciando in Italia 22 battaglioni italiani, si avvisassero di fare in altra occasione altrimenti, ciò non farebbe gran divario. Sarebbe un equivoco di meno, un inciampo di meno all'impeto delle offese. E nessuno negherà poi che la passata guerra non abbia mutato grandemente le cose, onde se d'ora in poi altri giudicasse più sicuro il soldato ungarese che l'italiano, andrebbe errato; poichè gli italiani possono aver avuto ripugnanza a mettere a sangue e a foco il loro paese, ma essi non giunsero mai a volgere le armi contro i loro generali ed uccidere i loro colonnelli, come fecero nell'autunno del 18
      50 al campo di Somma gli ungaresi.
      E possiamo aggiungere che, se nel 1848 non si posero in atto tutte le forze rivoluzionarie del popolo, non si chiamarono fuori nemmeno tutte le forze rivoluzionarie che giacevano nell'esercito austriaco. Ognuna di quelle nazioni, s'era nemica al nostro nome e alla nostra bandiera, non era nemica alla bandiera sua e al nome suo, caro a tutte, della libertà. Ma nessuno si curò allora se vi fosse arte di sconnettere quelle moltitudini incatenate dalla forza al vessillo imperiale, e tutte fra loro straniere e nemiche, e ripugnanti a quella oppressiva unità. Gli agitatori dell'Italia non vollero, nè allora nè poi, giovarsi delli stranieri contro gli stranieri, rivolgere a danno dell'Austria l'arte sua antica di por gente contro gente.


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Considerazioni sul 1848
di Carlo Cattaneo
pagine 217

   





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