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      Come avvenne dunque che i servitori del re promettessero a sè medesimi e ai popoli l'ingrandimento improviso del Piemonte? Essi bene sapevano che i confini delli Stati e le convenzioni che li accertano erano di ragione europea. Sapevano che nessuna corte poteva nel bel mezzo d'Europa farsi la porzione colle proprie mani, e turbare quella relativa potenza, la quale si chiama l'equilibrio. Conoscevano i tristi interessi che legano gli Inglesi all'Austria. E perciò in faccia alla diplomazia non osavano nemmeno alludere all'ambito acquisto; ma scendevano a fare dell'occupazione di Milano un atto di polizia.
      Il re, incalzato quasi da odiosa necessità alla gloria e alla grandezza, era rimasto inerme inanzi all'occupazione di Ferrara, alle stragi di Milano, di Padova, di Pavia, all'invasione dei Ducati, al raddoppiamento dell'esercito nemico, infine alla inaspettata rivoluzione di Vienna, all'inaspettata resistenza di Milano, quantunque la consuetudine di tutti i governi e l'esempio dell'Austria legittimassero in Piemonte l'adunamento d'un esercito sul confine di paesi agitati e invasi. Che se all'adunamento dell'esercito il re avesse aggiunto qualche generoso manifesto, che a titolo della vicinanza e della nazionalità e della ragione commune delli Stati ammonisse il governo austriaco a temperarsi dal sangue e frenare gli eccessi de' suoi proconsoli; almeno l'Austria non avrebbe potuto poi gettare un'accusa di perfidia al congiunto, che fino all'ultimo istante le aveva mandato parole di amicizia e non un verbo di disapprovazione.


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Considerazioni sul 1848
di Carlo Cattaneo
pagine 217

   





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